Jinbōchō, più precisamente Kanda-Jinbōchō è un distretto di Chiyoda, una delle municipalità di Tokyo; per individuarla meglio, è quella che contiene il Palazzo Imperiale, il centro vuoto della città.

Il toponimo Jinbōchō affonda le sue radici nel passato di Tokyo quando, durante il periodo Tokugawa, un hatamoto (samurai che prestava servizio direttamente per lo Shogun) di nome Nagaharu Jinbo (1641-1715) risaliva gradualmente i ranghi dell’amministrazione del bakufu (il governo militare dello Shogun) diventando infine magistrato di Sado, un’isola sulla costa occidentale che dava il nome a una delle provincie più remote; l’incarico prevedeva lunghi soggiorni sia ad Edo (il precedente nome di Tokyo) che a Sado stessa e, sebbene lontana, quella provincia garantiva anche il controllo delle redditizie miniere d’oro e d’argento (oggi, patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’UNESCO) oltre che la consueta riscossione delle tasse e un lauto stipendio.

Nagaharu Jinbo, nel corso dei periodi che l’incarico governativo gli consentiva di passare ad Edo, stabilì la sua residenza nel quartiere di Kanda Ogawamachi, non lontano per l’appunto, dal Palazzo Imperiale. Il vicolo sulla quale si affacciava la sua villa si iniziò a chiamarlo Jinbo-koji (il vicolo di Jimbo); infine, nell’epoca Meiji, tutta l’area circostante fu chiamata direttamente Jimbo-cho (il quartiere di Jimbo).

Il periodo Meiji fu denso di cambiamenti per il Giappone: il superamento del sistema feudale e l’assorbimento del sistema occidentale all’interno di quello giapponese, il tutto per sopravvivere alle potenze straniere. Attorno all’area della villa del nostro ormai defunto samurai, iniziarono a sorgere istituti per lo studio delle discipline e delle lingue occidentali, come il Bansho Shirabesho ( 蕃書調所 Istituto per lo studio dei libri stranieri) ed il Tokyo Gaikokugo Gakko ( 東京外国語学校 Scuola per le Lingue Estere di Tokyo) che sarebbero in seguito diventati rispettivamente l’Università di Tokyo e la Hitotsubashi University. Tante università significano tanti studenti e tanti studenti vogliono dire tanti libri, da stampare e da vendere. Aprirono così tante librerie specializzate e non, creando in questo modo una vera e propria book town.

Tokyo però, ed il Giappone stesso, non è un posto tranquillo ed al riparo da disastri. Nel 1913 un grosso incendio distrusse la maggior parte dell’area e dieci anni dopo, nel 1923, il Grande Terremoto del Kanto distrusse quanto era stato ricostruito. Nel mezzo di questi due grandi e distruttivi eventi, un ex insegnante di nome Shigeo Iwanami aprì una libreria che successivamente sarebbe diventata l’odierna Iwanami Shoten, una delle più grandi case editrici giapponesi e l’equivalente della nostra Zanichelli per quanto riguarda i dizionari.

Shigeo Iwanami

Oggi il quartiere di Jinbōchō è una meta obbligata per i bibliofili o semplicemente per chi lavora nel settore dell’editoria. L’area conta un totale di 125 librerie dell’usato, circa un terzo di tutte le librerie dell’usato di tutto il Giappone.

Ovviamente l’esperienza per un occidentale non in grado di leggere la scrittura giapponese è ridotta ma non assente del tutto. Visitare le librerie, apprezzarne le differenti caratteristiche, godersi la grafica delle copertine.

Potete visitare virtualmente le librerie dell’usato direttamente dal sito ufficiale, Jimbou Book Town dove è anche disponibile una mappa scaricabile in PDF per orientarvi meglio nel corso della visita reale.


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